Lo Stato di diritto crea fiducia. È ciò che rende l’Europa il luogo migliore e più sicuro in cui vivere e investire. Il nostro Rapporto sullo Stato di diritto è diventato un punto di riferimento: plasma i dibattiti nazionali e promuove le riforme in tutta l’Unione“. Lo ha detto Ursula von der Leyen, presentando il VII Rapporto annuale sullo Stato di diritto negli stati membri UE lo scorso 17 luglio.

Ma all’Italia il Rapporto chiede un’accelerazione sulle riforme relative ai conflitti di interesse (ancora ferme), lobbying, finanziamento della politica e tutela della libertà di stampa. Ma non solo.

La Commissione europea segnala che la durata dei processi – tra le più lunghe degli Stati dell’Unione – rimane un problema, e che sono allarmanti le critiche pubbliche di “alcuni politici” verso la magistratura, così come gli attacchi fisici e le intimidazioni ai giornalisti, e l’impatto sullo spazio civico del nuovo decreto sicurezza. Nello specifico, si legge:

Non si sono registrati progressi nell’iter legislativo relativo alla riforma sulla diffamazione, sulla tutela del segreto professionale e delle fonti giornalistiche. Pertanto, si raccomanda all’Italia di portare avanti la riforma garantendo al contempo la libertà di stampa, e tenendo conto degli standard europei in materia“.

Si chiede anche un’accelerazione sulle riforme ancora ferme per gestire la delicata materia dei conflitti di interesse, delle lobbying, del finanziamento della politica e della libertà di stampa. E dovremmo anche “accelerare gli sforzi per introdurre un registro elettronico unico per le informazioni sui finanziamenti dei partiti e delle campagne elettorali”, sottolineando che “i progetti di legge presentati in Parlamento non sono stati ancora discussi“. La Commissione rileva inoltre “preoccupazioni” sui rischi per “il funzionamento indipendente e la sostenibilità finanziaria” della Rai. Leggiamo infatti nel Rapporto:
“Sebbene la Rai abbia indicato che il ritardo nella nomina del suo presidente non abbia influito sul funzionamento, lo stallo politico e l’incapacità di raggiungere un consenso sono un esempio delle carenze delle norme attuali nel proteggere efficacemente la Rai dai rischi di influenze indebite“.

Infine, “si raccomanda all’Italia di istituire un’Autorità nazionale per i diritti umani tenendo conto dei principi di Parigi delle Nazioni Unite“. La Commissione europea sottolinea che diversi progetti di legge sul tema sono ancora in attesa di approvazione in Parlamento.

Circa il nostro sistema giudiziario, il rapporto punta il dito su alcune criticità. Ad esempio, resta da completare la digitalizzazione del processo penale di primo grado. E va ridotta la durata dei tempi di definizione dei processi, oggi tra le più lunghe dell’UE. La commissione si è detta anche “preoccupata” per alcune dichiarazioni pubbliche di politici molto ostili verso la magistratura.

Del sistema anticorruzione italiano il Rapporto critica che siano ancora fermi in Parlamento i disegni di legge sui conflitti di interesse e sul finanziamento ai partiti e alle fondazioni politiche.
E conferma che gli appalti pubblici restano un’area ad alto rischio per il nostro Paese.

Circa il pluralismo e la libertà dei media la Commissione stigmatizza l’assenza di progresso sulla riforma della diffamazione a mezzo stampa, ancora ferma al Senato.

Infine, il rapporto sottolinea come deleterio l’uso eccessivo di decreti legge e voti di fiducia reiterati, e valuta molto negativo lo stallo sull’istituzione di un’Istituzione Nazionale per i Diritti Umani (NHRI), ancora assente in Italia.
Parimenti, Bruxelles è preoccupata per la nostra nuova legge sulla sicurezza (2025) e sul successivo decreto del 2026, che hanno ampliato i poteri di polizia e istituito nuovi reati.

A corollario del tutto, la Commissione ricorda che perfino la World Alliance for Citizen Participation, alleanza globale di organizzazioni della società civile che lavorano per rafforzare l’azione dei cittadini in tutto il mondo (17.000 membri da oltre 175 paesi) ha declassato la condizione dello spazio civico italiano da “ristretto” a “ostacolato”.

E a Bruxelles se ne sono accorti.
Qui noi, quando?

 

l'articolo è stato pubblicato sul Corriere Nazionale del 4 agosto