Il discorso sullo Stato dell'Unione di quest'anno ha deluso molti. La Presidente della Commissione ha puntato su storie di successo e qualche slogan, ma non c’è stata vera politica. Diversamente da altri anni in cui, al di là delle dichiarazioni di principio, c’era un’agenda politica e una visione chiara. Basti dire che l'annuncio a effetto è stato il Canada come "associate member", che vuol dire nulla perché non è uno status previsto dai trattati e quindi il contenuto concreto di questo "status" è tutto da definire. Al momento il titolo di "associate member" è un foglio bianco, una parola vuota di significato.
Il punto è: perché?
Non ritengo che questo SOTEU sia il sintomo della mancanza di idee e visione di VDL (che ha dimostrato in passato di averne) ma piuttosto del fatto che le due maggioranze (quella in parlamento e quella in consiglio) su cui poggia la propria legittimazione e la possibilità di realizzare la sua agenda di governo non offrono al momento punti di consenso su cui avanzare. A fronte delle molteplici proposte e iniziative messe in campo da questa Commissione (su Saving and Investment Union, difesa, completamento mercato unico, etc.) oggi ci troviamo con molti sentieri bloccati, proprio nel momento in cui bisogna dare concretezza e realizzare il programma di governo.
Il quadro politico europeo si presenta bloccato in questa fase così delicata. Anche qui occorre chiedersi perché. Credo vi siano due ragioni:
- la prima è che il Parlamento è alle prese con una crisi di maggioranza "non parlamentarizzata": c'è una distanza che si approfondisce in questi anni tra l'indirizzo politico impresso dalla maggioranza parlamentare con l'elezione di Von der Leyen II e l'indirizzo politico (spostato più a destra) impresso dal Consiglio. In particolare il gruppo S&D fatica a riconoscere il persistere delle basi ideologiche che l'ha indotto ad eleggere l'attuale Presidente nel 2024. E si trova quindi davanti al bivio tra uscire formalmente dalla maggioranza, consegnando la Commissione all'asse PPE/ECR (o addirittura provocando una crisi con una mozione di censura), o continuare la battaglia parlamentare nel tentativo di mantenere la barra dritta su alcune linee politiche minimali - il tutto mentre il PPE pratica un'astuta strategia dei due forni;
- la seconda ragione è che il Consiglio oggi è debole, perché non è grado di assumere posizioni chiare sui prossimi anni, in attesa di capire cosa succederà nelle elezioni politiche del 2027 (Italia, Francia, Spagna, Polonia, Grecia, Etc.). Questo problema è ben inquadrato da Nicola Lupo quando parla di “aritmie” della democrazia europea. I cicli elettorali sfasati lasciano poche finestre di consenso stabile per le riforme. Aggiungo che la spaccatura politica tra Consiglio e Parlamento sul prossimo Multiannual Financial Framework sta raggiungendo livelli elevati, con il Parlamento che invoca ad ampia maggioranza l'incremento delle risorse proprie e del bilancio nel suo complesso (basta vedere la stoccata odierna di Weber contro il suo stesso governo), e gruppi di Stati membri che in ordine sparso provano a ridurre il bilancio, senza accettare nuove risorse proprie. Una sintesi sembra molto lontana.
In una fase complessa come quella attuale, che vede l'intero "organismo" dell'UE sotto minacce esterne sempre più gravi, l'aritmia democratica può trasformarsi facilmente in un "infarto". La via di uscita non è semplice, ma da qui a fine 2027 arriveranno i nodi al pettine: o si sbloccheranno i cantieri di riforma aperti dalla Commissione, individuando i punti di consenso su cui avanzare, trovando una quadra su un Multiannual Financial Framework adeguato alle sfide, oppure l'UE si troverà ancora più debole di fronte al mondo. Con le minacce che arrivano da Est e da Ovest (dove Trump si prepara a truccare le elezioni di mid-term), le prospettive di sopravvivenza sono fosche