“Non c’è una base di diritto internazionale per la guerra in Iran“. Lo ha detto l’alto rappresentante per la sicurezza comune europea Kaja Kallas al vertice dei leader UE che si è svolto la scorsa settimana. Kallas ha ricordato, per l’ennesima volta, che l’uso della forza è previsto solo in caso di autodifesa, e in presenza di apposita una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. E ha sottolineato: “Poiché al momento non esiste nulla del genere, i Paesi dell’UE non hanno alcuna intenzione di entrare in guerra“. Ha aggiunto: “Anche all’ultimo consiglio degli Esteri i ministri sostenevano che non fossimo stati consultati, e che avessimo cercato di convincere le parti a non scatenare questa guerra, di cui non conosciamo gli obiettivi. Pertanto, restiamo su questa linea“.

Questo, per quanto riguarda il fronte mediorientale. Ma le grane non finiscono qui. L’altro serio problema è Viktor Orban, che ha bloccato il prestito di 90 miliardi all’Ucraina. “Non sono molto ottimista ma so che il presidente Costa si sta davvero impegnando al massimo per trovare una soluzione con Orban” ha detto Kallas. E ha aggiunto:

“Ci sono delle alternative ma vediamo come andrà a finire, ci vuole anche coraggio politico da parte di tutti noi”,

precisando che l’Ungheria si sta rimangiando la parola data al consiglio di dicembre. “Nei nostri trattati è prevista una clausola che prevede la cooperazione in buona fede e questo caso non rientra sicuramente in tale categoria. Ma la domanda che ci poniamo è: come possiamo davvero imporre l’attuazione dell’accordo che abbiamo stipulato a dicembre? Se l’Ungheria ha un problema con il petrolio, la vicina Croazia può fornirlo. Abbiamo un approccio costruttivo, ma immagino che in periodo elettorale le persone non siano così razionali“, ha aggiunto.

Il riferimento è chiaro e diretto: Orban dovrà affrontare le elezioni il prossimo 12 aprile, dove nei sondaggi è in svantaggio rispetto al partito di opposizione Tisza. Rifiutando l’ennesimo pacchetto di aiuti agli ucraini, Orban cerca così di consolidare la sua base elettorale, quella oltranzista e ultranazionalista. Che purtroppo regge il gioco alla Russia.

Tutti i leader dell’UE si sono scagliati contro Viktor Orban, ma nessuno è riuscito a convincere l’Ungheria a revocare il veto sul sostegno all’Ucraina, mentre Zelensky ha apertamente deplorato il blocco e l’incertezza che lo circonda. “Ormai da tre mesi la più importante garanzia di sicurezza finanziaria per l’Ucraina da parte dell’Europa non funziona: il pacchetto di sostegno da 90 miliardi di euro per quest’anno e il prossimo è fondamentale per noi, è una risorsa per proteggere vite umane”, aveva dichiarato ai leader dell’UE. Ma è tornato a Kiev a mani vuote, e molto deluso.

Come delusi sono gli altri leader.
Sul piano meramente operativo la soluzione poteva essere trovata: infatti, nel tentativo di persuadere Orbán a consentire che la decisione di Kiev procedesse senza il blocco dell’Ungheria, Merz ha osservato che, secondo le norme UE, gli Stati membri avrebbero potuto “concordare all’unanimità di prendere alcune decisioni in seguito, a maggioranza qualificata. Ma Viktor Orban non era disposto a farlo“. Merz ha pure dichiarato: “Quanto accaduto oggi al Consiglio europeo non può essere semplicemente accettato“, aggiungendo:

“Questo avrà conseguenze che andranno ben oltre questo singolo evento. Si tratta di un grave atto di slealtà nei confronti dell’Unione europea”.

Da parte sua, nel pieno ruolo che ricopre, il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha detto: “Nessuno può ricattare il Consiglio europeo o le istituzioni dell’UE“. Il ricatto cui si riferisce costa è chiaro: il primo ministro ungherese ha subordinato la revoca del suo veto sulla concessione di aiuti all’Ucraina alla riparazione di un oleodotto di epoca sovietica che trasporta petrolio russo, nonostante si avvicini la scadenza legale per interrompere l’importazione di combustibili fossili russi. Anche la Slovacchia sta sostenendo l’Ungheria in questo progetto. Costa ha sottolineato che la Russia ha attaccato questo oleodotto 23 volte, e che l’Ucraina è ancora disposta a ripararlo. Ma non è bastato.

 

Oltre a bloccare gli aiuti a Kiev, Orban sta tenendo in ostaggio anche il prossimo ciclo di sanzioni contro la Russia, che avrebbero dovuto già essere concordate il mese scorso in occasione del quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina. L’impasse di Bruxelles conferma quanto importante sia eliminare il voto all’unanimità all’interno delle istituzioni europee: se la democrazia è allo stallo, sta all’intelligenza degli uomini adeguare i meccanismi alle necessità operative della democrazia. Non si tratta di utopia, ma di sopravvivenza.

 

 

L'articolo è stato pubblicato il 22 marzo su www.corrierenazionale.it