L’Italia ha chiesto alla Commissione europea di estendere temporaneamente l’ambito di applicazione della Clausola di Salvaguardia Nazionale (National Escape Clause, NEC) dell’UE—già applicabile alla spesa pubblica per la difesa—anche agli investimenti e alle misure straordinarie volte ad affrontare la crisi energetica innescata dalla guerra in Iran.

La NEC relativa alla spesa per la difesa è valida dal 2025 al 2028. Essa consente agli Stati membri che ne fanno richiesta di deviare annualmente fino all’1,5% del PIL dai limiti massimi di crescita della spesa pubblica concordati con la Commissione nel quadro della riforma della governance fiscale dell’UE. Sebbene tale meccanismo si applicherebbe anche al percorso di aggiustamento correttivo dell’Italia nell’ambito della procedura per disavanzo eccessivo, il Paese finora non ne ha fatto uso.

Lo shock energetico derivante dalla guerra in Iran è, per definizione, uno shock comune che colpisce tutti i Paesi dell’UE. In futuro, ciò potrebbe giustificare l’attivazione della Clausola di Salvaguardia Generale (General Escape Clause, GEC)—ma solo in presenza di una “grave recessione economica nell’area dell’euro o nell’Unione nel suo complesso”, come previsto dal Regolamento (UE) 2024/1263. Attualmente, tali condizioni non sussistono.

Per giustificare il ricorso alla NEC, il governo Meloni deve quindi avanzare argomentazioni specifiche per il Paese. In pratica, tuttavia, la specificità dell’Italia sembra dipendere in larga misura da errori passati nelle politiche energetiche—come i ritardi nella diversificazione dai combustibili fossili, una trasmissione strutturalmente più elevata dei prezzi del gas alle bollette elettriche e un uso inefficiente dei fondi NGEU. Questi sono motivi chiave per cui lo shock energetico sta colpendo l’Italia in modo asimmetrico.

Perché tali fallimenti di politica economica dovrebbero ora essere “premiati” dalla Commissione attraverso l’applicazione della NEC? Le regole fiscali europee non possono fungere da assicurazione contro gli errori nelle politiche economiche degli Stati membri. Altri Paesi potrebbero interpretare ciò come un caso di azzardo morale.

L’Italia sostiene che la sicurezza militare e la sicurezza energetica siano trattate in modo diverso. Vi è tuttavia una distinzione importante tra i due casi. Nel caso della difesa, vi è stato un accordo politico a livello dell’intera Unione. Esisteva un ampio consenso sul fatto che sussistesse una situazione di emergenza che giustificava la concessione agli Stati membri della discrezionalità di attivare o meno la NEC. Nel caso dell’energia, invece—almeno per il momento—si tratta solo di richieste specifiche avanzate da Italia e Grecia.

Sono, naturalmente, pienamente consapevole della dimensione politica sottesa alla richiesta italiana. Tuttavia, accoglierla equivarrebbe a fare cattiva politica—come spesso accade quando la flessibilità fiscale sembra essere modellata dal peso politico dei grandi Stati membri.

In conclusione, ritengo che la Commissione farebbe bene a mantenere una posizione ferma. Se le clausole di salvaguardia fiscale venissero interpretate in modo opportunistico ogni volta che un grande Stato membro si trova sotto pressione elettorale, la credibilità del nostro quadro fiscale—recentemente riformato attraverso un lungo e complesso processo—verrebbe rapidamente erosa.