L’Unione Europea avrebbe accolto con molto favore questa candidatura. Ma l’Islanda non riaprirà i negoziati per l’adesione all’Unione Europea, non presto. Col voto sul referendum, tema considerato cruciale per l’isola, il “no” ha avuto la meglio sul “sì”. Alla domanda “L’Islanda deve riaprire i negoziati di adesione con l’Unione Europea?”, nel corso della consultazione di sabato il 52,8% degli islandesi ha scelto “no”; il 47,2% ha risposto “sì”. Lo dicono i dati ufficiali pubblicati dall’emittente pubblica RUV dopo lo spoglio di tutte le schede.
Si tratta di una battuta d’arresto per l’UE, che sembrava disposta a trovare compromessi per includere l’isola nelle proprie istituzioni. Così qualunque ulteriore confronto sull’adesione della prospera isola dell’Atlantico settentrionale resta sospeso almeno fino al 2028.
Oggi il Paese è strettamente connesso all’Unione Europea, soprattutto grazie all’appartenenza allo Spazio economico europeo (SEE) e al sistema Schengen. Questi vincoli non cambieranno. Ieri il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha comunicato alla prima ministra islandese, Kristrun Frostadottir, che l’UE “tiene pienamente in considerazione la scelta democratica fatta dagli elettori islandesi di non riavviare i negoziati di adesione all’Unione". E aggiunge: “L’Islanda resta uno dei partner più stretti e più affidabili dell’UE”.
In un quadro segnato da crescenti tensioni internazionali, il governo oggi al potere, guidato dalla socialdemocratica Kristrun Frostadottir, ha deciso di chiedere alla popolazione se valutare un livello più alto di integrazione. Anche se il referendum ha carattere solo consultivo, per spiegare le prossime mosse l’esecutivo ha convocato una conferenza stampa subito dopo la fine dello scrutinio. La campagna elettorale si è concentrata soprattutto su temi economici e questioni interne, pur in presenza di una dimensione geopolitica resa più evidente dalla guerra in Ucraina e dagli interessi di Trump nei confronti della vicina Groenlandia. Ha detto Kristrun Frostadottir:
“La consultazione ha consentito di riaprire il dibattito sull’Unione Europea, sul ruolo dell’Islanda nel mondo e, più in generale, sulla sua collocazione geopolitica. Andrà tutto bene anche se dovesse prevalere il no".
La premier aveva già avvertito che, qualora gli elettori avessero bocciato l’adesione, l’idea non sarebbe stata ripresentata fino alla conclusione del suo mandato, fissato per il 2028. Il governo ha anche comunicato che sottoporrà al Parlamento la questione di un eventuale ritiro formale della candidatura islandese all’UE. Gli analisti ritengono poco probabile una crisi della coalizione – formata da tre partiti con posizioni differenti sul tema europeo – anche se il rischio è quello di uscirne comunque indeboliti.
Se avesse prevalso il “sì”, l’Islanda avrebbe riavviato i negoziati con l’UE, in particolare sul delicato dossier della pesca, considerato pilastro economico del Paese e tratto distintivo dell’identità nazionale, che Reykjavik intendeva continuare a gestire in prima fila. In seguito, l’eventuale intesa tra le due parti sarebbe stata sottoposta a un secondo referendum. Di fronte alla decisa contrarietà degli operatori del settore ittico – con il 90% delle aziende su posizioni negative verso l’adesione – l’UE puntava a presentarsi come disponibile al dialogo.
“Le particolarità dell’Islanda per pesca e agricoltura sono ampiamente note e dovranno essere analizzate con attenzione”, aveva dichiarato la Commissaria all’Allargamento Marta Kos. Per l’Unione Europea, che dal 1995 non accoglie un Paese così ricco, l’ingresso dell’Islanda sarebbe stato una conferma positiva della strategia di allargamento, e avrebbe permesso di rafforzare la presenza dell’UE nell’Artico, area che risulta sempre più ambita. Un “sì” islandese avrebbe forse contribuito anche a rimettere in discussione anche il tema nella ricchissima Norvegia, da tempo riluttante ad aderire.
I giochi non sono chiusi: solo rinviati.
L'articolo è stato pubblicato su La Giustizia del 31 agosto 2026