di Gabriele Casano e Marco Del Fiore

Il 26 febbraio 2026 si è tenuto a Torino, presso il Campus Luigi Einaudi, il convegno “Frontiera, Confine e Limite: l’attualità del pensiero di Claude Raffestin. Un dialogo tra geografia politica e pensiero federalista” organizzato dal Centro Einstein di Studi Internazionali e dal Dipartimento di Culture, Politiche e Società dell’Università di Torino con il patrocinio del Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell’Università di Genova, della Società Geografica Italiana, dell’Associazione dei Geografi Italiani, della Società di Studi Geografici, del Movimento Federalista Europeo (Centro Regionale del Piemonte e Sezione di Torino), della Gioventù Federalista Europea – Italia e del Coordinamento Regionale Piemonte del Movimento Europeo.

Questo incontro di dibattito e confronto accademico è stato probabilmente uno dei primi tentativi di confronto tra geografi politici e federalisti su temi di riflessione condivisi. Lo si è fatto ricordando la figura di uno dei più importanti geografi del secondo dopoguerra e i contenuti del suo primo volume, “Géographie des frontières”, pubblicato nel 1974 e scritto con Paul Guichonnet.
È stata l’occasione per affermare, ancora una volta, il ruolo fondamentale della riflessione sui confini sia in ambito geografico, sia in ambito federalista.

Non a caso, il mondo federalista – che ha come obiettivo principale il superamento della divisione dell’umanità in stati nazionali – ha subito riconosciuto la rilevanza dell’opera di Raffestin integrandola nella propria riflessione sul superamento dei confini nazionali nel contesto del processo di integrazione europea.

Questa riflessione è stata sviluppata durante il primo panel dagli interventi di Domenico Moro e di Gabriele Casano che hanno ripercorso non solo alcune vicisitudini storiche relative ai processi di superamento dei confini nazionali negli USA e in Europa, ma anche discusso la funzione ideologica dei confini nazionali che si traduce in comportamento politico e culturale.
Il confine produce separazione – quasi mai assoluta e concreta, ma spesso apparente e ideale – configurando una distinzione tra “noi” e “loro” che si trasforma – troppo spesso – in uno strumento di legitimizzazione dello scontro, invece che in uno di scambio e interazione pacifica.

Il federalismo, in quanto pensiero politico attivo, sostiene il superamento dei confini attraverso la costruzione di istituzioni condivise, capaci di defunzionalizzare i limiti nazionali promuovendo la condivisione, la cooperazione, la solidarietà e l’unità nella diversità.

Il secondo panel ha coinvolto Elena dell’Agnese e Alessandro Vitale e si è invece concentrato maggiormente sulla legacy del professor Raffestin in ambito accademico e sul ruolo di precursore da lui ricoperto, soprattutto nell’ambito della geografia politica. Elena dell’Agnese, con il suo intervento, ha ripercorso alcune vicissitudini biografiche del geografo francese che lo hanno portato in Svizzera e avvicinato alla geografia italiana, ma anche alcuni aneddoti significativi rispetto all’elaborazione della teoria dei limiti e al processo di traduzione di queste riflessioni in lingue diverse da quella francese. Entrambi i relatori hanno evidenziato il carattere eterodosso della riflessione avviata da Raffestin già negli anni ’70 e che trova massima espressione nell’opera “Pour une Géographie du Pouvoir” del 1980. Raffestin è stato, infatti, il primo a mettere in dialogo le riflessioni sul potere di Foucault con il mondo geografico, aprendo la strada allo sviluppo di una nuova geografia politica che vede nelle forme di esercizio del potere un oggetto fondamentale di studio.

Ed è proprio questa nuova geografia nascente che Alessandro Vitale porta alla luce nel suo intervento partendo dal libro sulle frontiere del 1974 e  ricostruendo il percorso intellettuale che ha permesso a Raffestin di passare da una teoria dei limiti alla messa in discussione dei presupposti della geografia politica del suo tempo.
Processo critico ancora oggi fecondo e di estrema attualità, soprattutto nel contesto di nuove forme di esercizio del potere ad opera di una crescente pluralità di attori e su un sempre più intricato, sistema di relazioni a carattere transcalare.

La giornata di studi dedicata al pensiero di Claude Raffestin si è chiusa con una tavola rotonda che ha messo a confronto ricerca accademica, esperienza istituzionale e prospettiva federalista intorno a un tema cruciale: il futuro delle regioni transfrontaliere e il loro ruolo nell’architettura europea. Hanno partecipato Mercedes Bresso, Raffaella Coletti, Antonio Longo e Sergio Zilli.

Il filo conduttore è stato la distinzione raffestiniana tra frontiera-linea e frontiera-zona: la prima è la barriera dello Stato sovrano, la seconda è il territorio di articolazione, di incontro, di sviluppo condiviso. Cinquant’anni dopo, questa distinzione non ha perso nulla della sua attualità – anzi, la tensione tra le due concezioni è oggi più viva che mai.

Il quadro che emerge dal dibattito è contraddittorio. Da un lato, l’Unione europea ha costruito nel tempo un arsenale di strumenti per la cooperazione transfrontaliera: Interreg, GECT, strategie macroregionali, Euroregioni. Dall’altro, questi strumenti si sono sistematicamente scontrati con la resistenza degli Stati nazionali a cedere competenze verso il basso. Mercedes Bresso, che ha vissuto questa resistenza in prima persona – ricordando le difficoltà con la Farnesina per l’approvazione dello statuto di un GECT – ha descritto come il GECT, pensato per dare vita a vere Euroregioni, sia stato ridotto a strumento per progetti puntuali e come le strategie macroregionali siano state svuotate attraverso la cosiddetta “strategia dei tre no”: nessuna nuova istituzione, nessun nuovo fondo, nessuna nuova legge. Il risultato è che la cooperazione transfrontaliera è rimasta in larga parte priva di potere effettivo.

A questo si aggiunge la tendenza, accelerata dalle crisi degli ultimi anni, a un ritorno di visibilità degli Stati anche nella governance dei confini interni: non solo nella securitization – emblematica la sospensione prolungata di Schengen al confine orientale italiano, su cui si è soffermato Sergio Zilli, ma anche nella stessa cooperazione istituzionale, con i Ministeri degli Esteri che rientrano in un campo che sembrava delegato alle Regioni. Come ha osservato Raffaella Coletti, questo processo di riaccentramento non riguarda solo la cooperazione transfrontaliera ma la politica di coesione nel suo complesso, e si preannuncia ancora più marcato nelle proposte della Commissione per il periodo post-2027, orientate verso un modello che richiama il Recovery Plan e che affida agli Stati una discrezionalità crescente. Mercedes Bresso ha insistito sulla necessità di contrastare questa rinazionalizzazione, ricordando che le politiche nate da Delors erano state concepite proprio per creare un rapporto diretto tra l’Unione e i territori, scavalcando la mediazione degli Stati, e che battersi per un bilancio europeo con risorse proprie è la condizione preliminare per qualsiasi altra riforma.

Il nodo politico di fondo, su cui Bresso, Coletti, Longo e Zilli hanno trovato piena convergenza, è quello della capacità fiscale. Senza risorse proprie a ciascun livello di governo, non esiste un’autonomia reale: non per i comuni, non per le regioni, non per le aree transfrontaliere. Le Regioni che dichiarano di volere autonomia, ma dipendono poi interamente dai trasferimenti statali, non sono in grado di entrare in rapporti cooperativi efficaci con le regioni degli Stati vicini, né di governare beni comuni transfrontalieri. È una contraddizione strutturale che nessun aggiustamento strumentale può risolvere.

La risposta che è emersa dal dibattito è quella di un federalismo multilivello – dai quartieri alle municipalità, alle aree vaste, alle regioni, fino all’Europa – in cui, a ciascun livello, corrispondano istituzioni elettive e un’effettiva autonomia fiscale. Non una gerarchia di livelli in cui uno supera l’altro, ma una serie di cerchi concentrici coordinati, ciascuno sovrano nel proprio ambito. È quello che Antonio Longo ha chiamato “open Federation”: un sistema di federazioni aperte, capace di aggregare comunità e funzioni su scale diverse senza dissolverle in un unico centro.

A questa visione Longo ha dato anche una cifra simbolica, riprendendo Raffestin: il limes latino è il confine come barriera rigida, l’immobilismo dello Stato-nazione. Il limen è la soglia: ciò che si può varcare e che, nel varcarla, produce cambiamento. Le regioni transfrontaliere hanno senso politico nella misura in cui siano soglie – luoghi in cui realtà diverse s’incontrano e si trasformano reciprocamente – e non barriere rinominate.

Resta aperta la domanda su chi possa avviare questo processo. Come ha ricordato Sergio Zilli, siamo in una fase di rottura rispetto all’ordine costruito nel secondo dopoguerra, con una crisi di democrazia che si misura anche nei tassi di partecipazione elettorale e che rende difficile sostenere qualsiasi progetto ambizioso con una reale adesione popolare. La geografia, ha concluso Zilli, richiamando Giuseppe Dematteis, non deve solo descrivere il mondo, ma contribuire a immaginarne uno diverso: una funzione che però richiede che geografi, urbanisti, giuristi e federalisti smettano di ragionare in silos separati e costruiscano convergenze concrete tra riflessione territoriale e azione istituzionale.