L’Europa denuncia il burnout degli insegnanti: ma in Italia non si tutela affatto la salute mentale degli insegnanti. A sostenerlo, attraverso un recente studio, è l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, organismo fondamentale dell’Unione Europea.

Va detto che da anni il medico milanese Vittorio Lodolo D’Oria disserta sul tema, ma nulla è stato fatto per tutelare la salute mentale di maestri e professori. E nel nostro Paese affrontare genitori sempre più pretenziosi, gestire la burocrazia, governare le classi scalmanate con stipendi troppo bassi e una pessima considerazione sociale crea solo maggiore stress. Ben prima delle istituzioni europee, quindi, D'Oria ha riportato che nel periodo 2014-2023 ben 42 uomini e 58 donne insegnanti si sono suicidati. L'età media dei suicidi è 51 anni. Sono 12 i casi nella scuola dell'infanzia, 29 nella scuola primaria, 25 nelle scuole superiori di primo grado e 34 nelle scuole superiori di secondo grado.

Parliamo di cento suicidi, con una media di 10 all’anno. E nel 2017 si è verificato perfino un picco di suicidi, senza spiegazioni chiare né ulteriori approfondimenti portati avanti da eventuali autorità.

E poi c'è l’approfondimento fresco fresco dell’Agenzia europea. Eccolo: a livello europeo “quasi il 50% degli insegnanti delle scuole secondarie di primo grado sperimenta stress sul lavoro. Il 24% degli insegnanti riferisce che il proprio lavoro ha un impatto negativo sulla propria salute mentale e il 22% pure sulla propria salute fisica”. In una parola: i docenti sono in “burnout”, che significa “bruciati”, scoppiati, esauriti.

Prendiamo il caso di Berlino: qui gli insegnanti sono in malattia da almeno un anno. 143 docenti di ruolo sono fermi da oltre dodici mesi, 50 da oltre due anni, e 18 risultano assenti ininterrottamente da un decennio.
Dieci anni di malattia. Bastano, a raccontare un malessere profondo, fisico e psicologico, che sta divorando la professione?

Cosa dice il report europeo
Ma quali sono le fonti di stress massiccio per i docenti? Provengono da tre tipi di istanze pressanti: richieste quantitative, richieste emotive e richieste cognitive.
Sono quantitativi tutti gli sforzi afferenti al carico di lavoro e ai vincoli di tempo; cognitive, quelle urgenze che implicano lo sforzo mentale necessario per svolgere i propri compiti; e poi le richieste emotive includono la gestione di situazioni psicologicamente intense e lo svolgimento di un lavoro mentale intenso.

Il corpo docente è quindi “esposto a rischi psicosociali significativi sul luogo di lavoro, che comprendono carichi di lavoro elevati, esigenze in termini emotivi, autonomia limitata, precarietà lavorativa ed esposizione alla violenza. Questi fattori incidono sulla salute mentale, sul benessere e sulla qualità del lavoro, con possibili ripercussioni sull’assunzione, sulla permanenza e sull’apprendimento da parte del corpo studentesco”. Dice l'Agenzia europea. E ci voleva l'Europa per capirlo?

Il report europeo spiega anche come si svolge il lavoro dei docenti: “Il 71,5% del carico di lavoro degli insegnanti della scuola secondaria di primo grado è legato all'insegnamento, e il tempo rimanente è suddiviso tra il mantenimento della disciplina (13%) e lo svolgimento di compiti amministrativi (8%), come la registrazione delle presenze e la distribuzione di informazioni o moduli scolastici”.

Sedare i conflitti tra gli alunni, fronteggiare le richieste sempre più pressanti dei genitori (che spesso sfociano nella violenza, verbale e non), gestire i rapporti con i colleghi, sobbarcarsi compiti burocratici che aumentano sempre più, e sempre più complessi, seguire le chat e i messaggi della presidenza a qualsiasi orario del giorno e della notte...
E ancora: lavorare ben oltre le 25 ore settimanali all’infanzia, 24 ore settimanali alla primaria e 18 ore a settimana alla media e alla superiore; predisporre le lezioni e dedicarsi alla didattica nonostante l’età che avanza; fronteggiare alunni sempre più digitali...
Tutto ciò rende il lavoro del docente sempre più complesso e stressante.

Senza dimenticare i supplenti, tanti (almeno 250mila) che ogni anno devono cambiare scuola, affrontare le ingenti spese dei trasferimenti e adattarsi a situazioni sempre diverse. Tutto mentre le retribuzioni restano ai minimi europei e la considerazione sociale non aumenta affatto.

Ci sono metodi per tutelare i docenti?
In Finlandia hanno individuato docenti "mentori" per rafforzare la formazione professionale continua degli insegnanti, con una fona di tutoraggio tra pari.
In Danimarca l’istituto danese di ricerca edilizia ha ripensato gli spazi scolastici creando aree a pianta aperta per facilitare l'insegnamento e il lavoro di gruppo. L’Austria ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sulla salute e il benessere degli insegnanti. L’Olanda promuove il benessere degli insegnanti con un approccio che consente al lavoratore di rendere la propria attività lavorativa più significativa e motivante. La Spagna ha organizzato un servizio di supporto per gli insegnanti.

Intanto le parti sociali europee hanno scritto le linee guida per "prevenire e combattere i rischi professionali nell'istruzione”. E molti Paesi europei (Catalogna, Croazia, Slovenia, Grecia, Lituania, Lettonia, Cipro, Bulgaria) hanno adottato gli OiRA: strumenti interattivi online per la valutazione del rischio degli insegnanti.
Tra le buone pratiche segnalate dall'Ue emerge anche quella tutta italiana del “diritto alla disconnessione” previsto dal contratto di lavoro: dopo un certo orario, non si è più tenuti a scrollare messaggi e circolari ufficiali.

Basta? Inutile girarci attorno: non basta.

 

L'articolo è stato pubblicato su Il Corriere Nazionale del 21 agosto 2026